Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
domenica 12 aprile 2026
sabato 11 aprile 2026
tu che torni
l’alba tersa alle vele
chiama altre barche sul mare
al timone quest’attesa
e nello scafo
l’ansia di accostare
ricordi vivi
tirati nelle reti
naufraghi tormenti perduti lontano
voci del tempo dentro la stiva
onde nella memoria e alla deriva
che sulla spiaggia rivoltano sassi
conchiglie e pensieri strani
pagine libere
quei gabbiani aperti al sole
e all’argano tiri una mente in secco
sa di sale e amaro
il ricordo di chi non torna
mai davvero
quando a sera le nostre donne
stendono sul tavolo
tanta solitudine
e apparecchiano
la notte profonda nei vicoli
dove i vecchi all’ultima pesca
stanno fissi
tu che torni
dal tempo vinto
come un sogno perduto
al convento nostro beato
racconta la tua storia di tanto mare
ascolta la voce di chi è perduto
portami un gioco
che hai da tanto lasciato nel cassetto
un sorriso ultimo
in fondo alle rughe dure
prima di bucare
la fodera
*
( e adesso cominciano troppi a bucare la fodera...Umberto, mio compagno di banco.., Paolo e Angelo...presto toccherà a me, ma non ho paura, dietro il sipario del mistero la più grossa delle fiction o fregature mai realizzate, andiamo in scena sul palco del nulla )
venerdì 10 aprile 2026
in preghiera
quel fiore delicato
al davanzale di primavera
miravo nella sua bellezza
così profumato alla ringhiera
da richiamare uomini in volo
ma d'una carezza
sembrava
al vento sfogliare per me solo
come nel bacio di
pioggia
petali d'amore
poi in rima d'un
tempo nero
curvò lo stelo
da richiamare un uomo in preghiera
giovedì 9 aprile 2026
anni luce
il mattino di seguito
in battigia
se scopri ogni volta
cercando le orme
solo avanzi di mareggiata
le tue vestigia
prendo
quel treno di riflessi
la sera
e come pesano
vagoni di ricordi
alla schiena
maglio sull’incudine
scaglia il poeta
metafore e rime
contro la luna
s’affaccia al balcone
un astro lontano
anni luce
ai fianchi d’orto
lungo muretti antichi
chiudo gli occhi
ai cani di rimando
voci di silenzio
a domineddio
quando partono
ultime lampare
e sulla tradotta
di luci sul mare
mi perdo anch’io
mercoledì 8 aprile 2026
senza svegliarti
all’ultima curva
s'apre il paese
nel nulla
dall’antico lavatoio
o su per le scalette
nei vicoli salendo
in piazzetta
lì aspetta un deserto
nel contesto
di storia
a comporre incerta
memoria
sulla panchina
nei denti spezzata
davanti la chiesetta
chiusa dal sisma
come vorrei rincorrerti
compagno d’una vita
su via leopardi
fino allo spiazzale
delle monache
ancora per giocare
è tardi ormai
avanza la sera
con i ricordi
che saltano a frotte
dai portoni chiusi
il paese è una soffitta
di roba vecchia
preciso il vespro
al rintocco della campanella
allora fuori la nostra giovinezza
e tu che scappi all’angolo
non nasconderti ancora
mi fermo qui per nostalgia
sul muretto dell’orto
sottocasa
già chiamando le voci
da Lido in osteria
batteva il cuore
risalendo al passato
l’ultima volta
che ti chiamavo
e una lacrima
la voce rotta
stringendo in gola
il fischio per segnale
ora d’asma
e cortisone
buonanotte anima mia
che stendi ancora i panni
sulla via
e da quella finestra chiusa
salgo in macchina a luci spente
bastano gialli i fanali
certe orme che hai lasciato
madre
non voglio svegliarti
tanto eri sempre in piedi
aspettando un figlio
ogni volta a far tardi
martedì 7 aprile 2026
focaraccio
alla malora
il rimpianto
stagione nuova
sta per tornare
e non farti trovare
con quel grembiule
a sforbiciare insalata
o sempre in cucina
dietro le pentole
a sbuffare
metti una camicia
a fiori
rossetto sulle labbra
e tira su la gonna
fuori le gambe
apri gli armadi
rivolta l’anima
e i materassi
basta con le poesie
inutili sul tavolo
fai un bel focaraccio
bruciando i rimorsi
e non tagliare mai
la lunga fila di formiche
salgono sul ballatoio
a portare estate
e che sia allora il tempo
d’amarci
noi due premendo
contro i seni
non sui tasti
il vecchio lampione
quando al tramonto
certi riflessi
saltavano in cucina
m'alzavo bambino
ad inseguirli
dal seggiolone
dito puntato
ai cristalli
adesso vorrei
comodo dal divano
sulla sera che arriva
godermi
quel bagliore
allo specchio
della credenza
antica
dove un cuore
hai posato
che ancora brilla
dura poco
perchè già cade
nell'orto
dove miro
all'insalata novella
più due giri di lumaca
e lassù la prima stella
se non arrivo al muretto
e confondo le siepi
con i monti dietro
sullo sfondo
ma il vecchio lampione d'angolo
si distingue sempre
da gran signore
a rimanere acceso
col suo portamento
chino alle preci
sul vespro
solo di notte fa tardi
ma ha tante dame
alate da soddisfare
e poi è un gran cuoco
di sogni a tegame
che vuoi di più
se ondeggia alle folate
indicando un inverno
alle porte
e quante volte
ai primi fiocchi
mi sono affacciato
la notte dai vetri
a quell'amico
nel gelo impalato
lunedì 6 aprile 2026
pelle nuova
canto alla vita che torna
al trionfo di colori così vividi
al trambusto di pollini in volo
vera catarsi di braccia in alto
i rami dall’orto che risorgono
e mi sento oggi
una lucertola stesa
al sole lungo il muretto
sfogliando pelle nuova
come vorrei sul mare
d'un campagna in fiore
tra le onde di fieno
innalzare le mie vele
almeno potessi rincorrere
a perdifiato
l’inverno che va via
per abbracciare
la stagione novella
che si fa bella di poesia
e
poi la notte
in cerca della stella
buttare via
pillole dal comodino
ma quanto sei bella
nella volta incinta
e accesa d’astri e comete
torno a vivere
così per un attimo
non fa male
il buio dentro
domenica 5 aprile 2026
nel guscio
sono qui stamani
camminando in riva
al tempo
tanta la voglia di
cavalcare
marosi
impeto e schiuma
dentro
come rabbia di stagioni
buttate via
ed erano le migliori
con i silenzi stretti in
pugno
stampo orme
curvo in battigia
segni a pasqua d’un passaggio
forse l’ultimo
mirando a tratti
oltre la scogliera
la fine del mare
su quella riga in fondo
dove nemmeno una vela
ormai torna indietro
solo
ai confini del nostro
piccolo mondo
mi ritraggo nella gobba
davanti all’universo
mollusco nel guscio
sabato 4 aprile 2026
la preghiera del mare
la sera
attracca ai pontili
con il suo
scafo antico di notizie
e tu sei la
vela che ripiegano
poi la notte
ormeggia pensieri
a un molo di
vecchiaia
mentre alla
macchina stai cucendo l’attesa
per un uomo
che non tornerà
ma guardi
sempre oltre i vetri
altri sospiri
tesi
specchiando
sulle onde tremulo oblio
e tu
padrone di
barche e della rotta
sugli alberi
elevato
ai cordami e
al timone deciso
ascolta la
preghiera del mare
che i flutti
della vita sospingono
nembi di
tempesta sottendono
e la voce dei
perduti echeggia
come il
ricordo di chi ha lasciato
curva ai remi
per sempre la schiena
ascolta dio
delle acque
dal profondo
un lamento
perchè alta sulle cime di tanta solitudine
ti
chiama una donna
implora in
silenzio
e grida muto
sgomento
quando pure
una luna in capo a quelle stelle
fa delle sue
spine corona
è la
preghiera di chi al davanzale d’una vita
ha coltivato
poveri sogni
e noi
portiamo ora
dove terra
non c’è mai abbastanza
a coprire le
sue braccia tese
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