mercoledì 18 febbraio 2026

solo un gioco

 
tutto questo tempo
che non ho più niente
da fare
 
un altro giorno inutile
sulle panchine al parco
noia mortale
 
questa vita
da ammazzare
con ricordi
rimorsi
tormenti
 
rottami
sull’orlo fissi
senza parlare
noi vecchi
 
e poi cosa c’è sul dirupo
ancora da raccontare
 
nel silenzio al bastone
oggi l’inverno veste
un grigio pastrano
 
unico sussulto
un bimbo alla fontanella
con il sorriso
d’anni più belli
cosa vuoi
se scende una lacrima
 
se ho tanta sete
ma è diabete
mentre al cancello
affronto sul marciapiede
coriandoli e maschere
 
metti una sera
a carnevale
il costume sempre quello
della più bella principessa
del reame
dai
cercami
alla sfilata dei carri
sono già salito
 
cosa vuoi
a nasconderci
solo un gioco



martedì 17 febbraio 2026

al passato remoto

 

quando vuoi
ripete l'ombra
al portone

ma polvere
calcinacci
e ragnatele
rimandano
l'occasione
come ruggine sui ferri
opaco al corrimano
l'ottone

d'un balzo all'atrio
solo un gatto

lo stesso tuffo
tornando così
al passato remoto

ma non entro
nella vecchia casa
aperta dal terremoto

solo piccioni
che vanno e vengono
dal tetto sfondato

come tanti ricordi
che libero adesso
d'un cuore malandato


lunedì 16 febbraio 2026

nella terra d'Abruzzo l'ultima mia lettera

 

vorrei
portarvi con me
indietro
nel tempo
in quel cortile
a giocare
stagioni
più belle
 
un invito
di brughiera
al mattino
o sulle spiagge
del mare d’inverno
 
adesso vorrei
solo con te
amore
nascondere il nostro segreto
nello scrigno di muschio
e di felci ornando
il tuo viso
 
come attraversando
quel bosco
alle pendici
del gran sasso
 
nella terra d’Abruzzo
piange
il mio cuore spaccato
dove riposa
zio Giggi
zì Vapore
Ughetto
e Mimmo Angela
la nonna
sor Checco
la mia gente
 
lì posare per sempre
dolore e affanno
quando anche tu Anna
nel mistero
sul mio libro aperto
sarai storia
 
e questo sacro racconto
affidare alle mani giuste
di chi ha patito
solitudine
miseria
fino a giacere
senza giustizia
al piccolo e sacro
cimitero
di Villa Romana
 

sul mare del tempo

 

poi la sera torna dai campi
su per le scalette
d’un vicolo oscuro
 
scivolando in silenzio
con quella sciarpa di nebbia
addosso
pastrano grigio
faccia triste
 
e mi sussurra
lingua di freddo
alla porta
come al rintocco di vespro
pecore sparse
sulla piazza
il pastore chiama
 
allora zinale in cucina
mettevi le pentole
a borbottare
la stufa e la gatta
abbracciate
nonno alla pipa
 
c’era nel silenzio
un paese intero
alla deriva
sul mare del tempo
 
oggi
d’ignoranza ai moli
ancora fermo



domenica 15 febbraio 2026

c'incontreremo ancora

 

c’incontreremo ancora
assale il dubbio però
e non so pregare
tornando le tue ceneri
 
un giorno cupo sul grigio
mette gocce di lacrime
per un cielo avaro
che dentro non lava 
 
sento addosso rimorsi
un peso
perché ti ho lasciato solo
e non posso più chiederti perdono
 
c’incontreremo ancora
è la domanda nella nebbia
dei ricordi

quando scivola nei vicoli
e tira tra i baveri un’aria fredda

quando la sera d’una vita
mi stringo a tavola
lasciando posto alle ombre

e quando urla muto
un dolore nei visceri 

è voglia di compagnia
che non merito
e scodinzolo ai portoni chiusi
abbaiando sul vespro ai padroni
che alle campane chiamano 

altri cani di rimando alla catena
ho pena in coda
Paolo
vieni con me adesso
a fare due passi insieme

le chiacchiere stanno a zero
il silenzio ci accompagna
e sulla piazza del paese
dove ti cercavo
rimane un monumento
di solitudine



quando un paese dorme

 

quando un paese dorme
sulla collina
coricato nel gelo
 
rivedo allo schermo
di campi bianchi sotto la luna
bambini giocare
di neve
e crescere pupazzi
in mano al destino
 
 quando un paese dorme
sotto coltri d’oblio
ho perduto le tue preghiere
e non ricordo più
una nenia di natale
 
quella che mettevi sulle labbra
sommessa a filare dai vetri
una bianca matassa
 
 rimboccando alle sponde di notte
 favole antiche
 
 le più belle
 
e quando un paese dorme
restano alzate
certe ombre
tanti ricordi alle pareti
 
sai
ti vedo
ancora ai fornelli
fino a tardi sbuffando
più della cuccuma
a preparare
dolci di festa
 
 quante volte
mi sono addormentato
 a lume di candela
 
adesso guardo laggiù
nelle sue collane di luci
questa città distesa
 
che non dorme
e mai trova pace



sabato 14 febbraio 2026

macchie d'inchiostro

 

ho fatto il mio tempo
vissute tante stagioni
che l'ultima sa parlare
solo di viaggi
stanotte
e di mare sul cuscino
 
allora ascolto
nei bronchi
il fischio del treno
più sibili e rantoli
di tradotta in gola
 
asma che sale in affanno
alle sponde
cercando spiaggia
tra le tue braccia
dove cullare
voglie d'onda
 
facili illusioni
a muover tenda
sul corridoio
come una carezza
a margine del foglio
ripassando al buio
macchie d'inchiostro
 
invenzione precisa
però il tempo
a stringere lo stoppino
tra le dita
 
rimane quell'acre odore
di fumo sul comodino



venerdì 13 febbraio 2026

all'alba vincerò

 

un inverno strano
stamane in cartolina
con la nebbia
a banchi
 
e la strada
d’una vita
lungo fiume
maestra
 
un freddo tra le coltri
se dai campi
non c’è vento
fisso il gallo sul tetto
 
invece una trottola di pensieri
sottocoperta
quando ascolto la prima campanella
e tra lenzuola disfatte
rimette il vecchio
di traverso le ciabatte
 
inciampa alle orazioni
di monache benedettine
esemplare un moccolo
che parte
cadendo pillole sparse
dal comodino
 
raccolgo sul pavimento
il primo riflesso dai vetri
saltando una lama 
strana di pulviscolo
 
faccio un caffè
e rigiro in tazza
il primo perché 

un poco di musica
metto sul piatto
del grammofono
ma classica 

così all’alba vincerò
magari con l’aiuto
di quelle teste fasciate
al prossimo squillo
 
 

giovedì 12 febbraio 2026

ciao Paolo

 

oggi te ne vai
dal commiato di lacrime
al forno tra le fiamme
tornando polvere
 
prigionieri del tempo
ci liberiamo delle catene
e voliamo via
ma non chiamateci
anime
 
così date
confini
divisioni
saremo
atomi
 
che sia paradiso
o firmamento
quello che vuoi tu
forse all’inferno
 
leggo intanto
la tua poesia
 
“Signore
grida la tua presenza
 
sulla morte di ogni giorno
nella vita che mi attira
nella gente che ti compra
nella chiesa che ti rende
nelle fabbriche d’automi
nel silenzio in riva al mare
nelle ville per signori
nel pan duro della fame
nella corsa di ogni giorno
nelle lotte di operai
nella sete di un sorriso
nel volto strano d’un amico
nel fucile d’un caduto
nella patria che mi dai
 
Signore
grida che ci sei”
 
e piango
ciao Paolo
ovunque tu sia


 
( ma ti raggiungo )



mercoledì 11 febbraio 2026

capisco il vento

 

capisco il vento
tutta la notte
a non darmi pace
 
portandosi via
ai primi chiarori
una sposa incerta
con veli di nebbia
allo strascico
 
non si decideva l’alba
a salire sull’altare
dei monti scuri
e c’è voluto il riso
d’un bambino
alla finestra
puntando nuvole
a menadito
 
oggi non fa testo
un pallido sole
a salutare sposi bagnati
 
auguri e figli maschi
mentre conto
i vasi rimasti
 
 

solo un gioco

  tutto questo tempo che non ho più niente da fare   un altro giorno inutile sulle panchine al parco noia mortale   questa vita da ammazzare...