Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
mercoledì 25 febbraio 2026
martedì 24 febbraio 2026
al cancello
d’eremo viandante
alla fonte del cimitero
lavo certe pene dentro
avvicinandomi al cancello
di ruggine profano
stride cigolio
e mi fermo
devoto al silenzio
mirando nei passi
di ciottoli bianchi
lapidi e steli
lungo siepi di bosso
come quell’angelo d’ala offesa
a custodire date e foto
che più non conosco
là c’è una madre
sempre a sorriderti
nel marmo
braccia stanche le mie
a rimettere fiori
tanto domani già curvano
sono queste preghiere
in bocca ormai
che appassiscono
lunedì 23 febbraio 2026
maschere e larve
fanno il giro di notte
mirando lucciole
sulla tangenziale
prima con la vespa
ora con la bianchina
sempre senza benzina
maschere a frotte
zompano di bar
in osteria
giocando a carte
bevendo
e mai una lira
finite le sigarette
rimangono sogni da fumare
in cartine messi alle strette
verso l'alba
quando comincia
la fila ai cancelli
e in tuta
pedalano
sull'argine
ondeggiando
i fanali
non sai mai
chi è più stanco
l'ubriaco d'una vita
o l'operaio di fatica
domenica 22 febbraio 2026
invece no
egoista e prepotente
ripete la canzone
che preferivi tu
maledetto quel tempo
che fu
perché ti sento ancora viva
mentre ascolto
quelle parole a far male
dentro
se son rimasto
un perfetto stronzo
e invece no
invece no
tutti i giorni
siamo in guerra
vecchio ormai
ma tu più bella
che mai
mi sa parlare il vento
ho bisogno d’ascoltare
e non rientro
stasera che mi sa parlare
il vento
sul palco
dal racconto libero
in scena
l’autunno
nei canti di vendemmia
come nei solchi
di semina
lo spartito
battendo folate
in metrica
i tuoi baci
all’infinito
lassù una luna calante
scappavi sul viale
tra mucchi di foglie
l’ultimo salto alle ali
prima della notte
al fermo immagine
sabato 21 febbraio 2026
su un altro golgota
tolte le macerie adesso
non c'è deserto
più vuoto intorno
e mirare questo paese
sulla spianata bianca
è come spogliare
un povero cristo in croce
lancia nel costato
oggi la solitudine
su un altro golgota
di povera gente
s'è consumata
nei volti senza pace
nelle mani che non scavano più
nel silenzio della rovina
quando dalle urla
strozzate alle parole
inutili
puoi solo nascondere ancora lacrime
e stasera quel cane al fontanile
era uno di noi
anche se perduto
prima di bere
chiedeva una carezza
del nostro dolore
muto
della classe '51
alla finestra
d’una sera grigia
per strada sonnolenta
quel lampo che tocca le
cime
è brivido a scuotere
in fondo alla cornice
ingrana il pendolo
un rosario a ore
tra le fusa del gatto
in poltrona
i tarli da concerto sul
corridoio
e la notte a presto
intanto
fuori piove
eco
dal tetto
sulle scale
naviga brume
questa nave
affonda alle ombre
adesso getto una
scialuppa
me ne vado in osteria
con la truppa
e l’ombrello rotto
naufrago tra le fila
siamo della classe ‘51
vecchi tromboni della
rivoluzione
ancora in fiato sì
mai una volta a tempo
venerdì 20 febbraio 2026
altro che pozzanghere
la notte di marciapiedi allagati
all’eco dei nostri baci
abbracciati sotto l’ombrello
da innamorati
poi all’angolo di viaggi rimandati
nemmeno un sogno
sui binari
non passa più niente
sulle mie gambe
come sul selciato
d’una vita dura
altro che pozzanghere
da saltare
giovedì 19 febbraio 2026
aria di neve
la sera chiudendo la finestra
accosti la sedia
al camino
vuoto il desco
manco un piatto caldo
di minestra
intanto allo schermo
rimandano notizie
non certo di festa
solito bollettino di guerra
e ravvivi la fiamma
allora per scaldarti
quando non verrà nessuno
e la gatta sta sul divano
a ronfare quatta quatta
fuori c'è aria di neve
tirando poco la cappa
a far fumo
anche in cucina
dove ripassi un'altra scatoletta
piatto freddo
una goccia di vino
altri verranno
di bicchieri la notte
che non c'è sonno
e il vento fa certi rumori
sotto la porta
aspetto naso in su
i primi fiocchi
ma gelo ai vetri
lascio sogni rappresi
il tuo ormai stecchito
come il vaso che ho ritirato
non sopravvivrà
all'inverno
curvando lo stelo
se anche il vecchio
pipa accesa
assume in controluce
la postura da virgola
mai un punto fermo
alle chiacchiere
di questa bassa gente
ancor più ridicola
che chiamava il grande
Giacomo
gobbo
ma oggi quanti marmi
targhe dediche
innalza
all'immenso Vate
l’antico borgo
amaro in bocca
luci in ogni stanza
d'un freddo inverno
la notte dei discorsi
poi muti verso l'alba
tutto spento
più nebbia
dentro
che in veranda
ci ha convinto
il silenzio
sul mattino d'amaro
in bocca
mai fatto bene
quel caffè
sempre di corsa
uscendo
in cronaca
già divisi
un'aria trasognata
io
alla fermata d'angolo
tu in mini
tacchi a spillo
sgommando
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