Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
domenica 22 febbraio 2026
mi sa parlare il vento
ho bisogno d’ascoltare
e non rientro
stasera che mi sa parlare
il vento
sul palco
dal racconto libero
in scena
l’autunno
nei canti di vendemmia
come nei solchi
di semina
lo spartito
battendo folate
in metrica
i tuoi baci
all’infinito
lassù una luna calante
scappavi sul viale
tra mucchi di foglie
l’ultimo salto alle ali
prima della notte
al fermo immagine
sabato 21 febbraio 2026
su un altro golgota
tolte le macerie adesso
non c'è deserto
più vuoto intorno
e mirare questo paese
sulla spianata bianca
è come spogliare
un povero cristo in croce
lancia nel costato
oggi la solitudine
su un altro golgota
di povera gente
s'è consumata
nei volti senza pace
nelle mani che non scavano più
nel silenzio della rovina
quando dalle urla
strozzate alle parole
inutili
puoi solo nascondere ancora lacrime
e stasera quel cane al fontanile
era uno di noi
anche se perduto
prima di bere
chiedeva una carezza
del nostro dolore
muto
venerdì 20 febbraio 2026
altro che pozzanghere
la notte di marciapiedi allagati
all’eco dei nostri baci
abbracciati sotto l’ombrello
da innamorati
poi all’angolo di viaggi rimandati
nemmeno un sogno
sui binari
non passa più niente
sulle mie gambe
come sul selciato
d’una vita dura
altro che pozzanghere
da saltare
giovedì 19 febbraio 2026
aria di neve
la sera chiudendo la finestra
accosti la sedia
al camino
vuoto il desco
manco un piatto caldo
di minestra
intanto allo schermo
rimandano notizie
non certo di festa
solito bollettino di guerra
e ravvivi la fiamma
allora per scaldarti
quando non verrà nessuno
e la gatta sta sul divano
a ronfare quatta quatta
fuori c'è aria di neve
tirando poco la cappa
a far fumo
anche in cucina
dove ripassi un'altra scatoletta
piatto freddo
una goccia di vino
altri verranno
di bicchieri la notte
che non c'è sonno
e il vento fa certi rumori
sotto la porta
aspetto naso in su
i primi fiocchi
ma gelo ai vetri
lascio sogni rappresi
il tuo ormai stecchito
come il vaso che ho ritirato
non sopravvivrà
all'inverno
curvando lo stelo
se anche il vecchio
pipa accesa
assume in controluce
la postura da virgola
mai un punto fermo
alle chiacchiere
di questa bassa gente
ancor più ridicola
che chiamava il grande
Giacomo
gobbo
ma oggi quanti marmi
targhe dediche
innalza
all'immenso Vate
l’antico borgo
amaro in bocca
luci in ogni stanza
d'un freddo inverno
la notte dei discorsi
poi muti verso l'alba
tutto spento
più nebbia
dentro
che in veranda
ci ha convinto
il silenzio
sul mattino d'amaro
in bocca
mai fatto bene
quel caffè
sempre di corsa
uscendo
in cronaca
già divisi
un'aria trasognata
io
alla fermata d'angolo
tu in mini
tacchi a spillo
sgommando
mercoledì 18 febbraio 2026
solo un gioco
tutto questo tempo
che non ho più niente
da fare
un altro giorno inutile
sulle panchine al parco
noia mortale
questa vita
da ammazzare
con ricordi
rimorsi
tormenti
rottami
sull’orlo fissi
senza parlare
noi vecchi
e poi cosa c’è sul dirupo
ancora da raccontare
nel silenzio al bastone
oggi l’inverno veste
un grigio pastrano
unico sussulto
un bimbo alla fontanella
con il sorriso
d’anni più belli
cosa vuoi
se scende una lacrima
se ho tanta sete
ma è diabete
mentre al cancello
affronto sul marciapiede
coriandoli e maschere
metti una sera
a carnevale
il costume sempre quello
della più bella principessa
del reame
dai
cercami
alla sfilata dei carri
sono già salito
cosa vuoi
a nasconderci
solo un gioco
martedì 17 febbraio 2026
al passato remoto
quando vuoi
ripete l'ombra
al portone
ma polvere
calcinacci
e ragnatele
rimandano
l'occasione
come ruggine sui ferri
opaco al corrimano
l'ottone
d'un balzo all'atrio
solo un gatto
lo stesso tuffo
tornando così
al passato remoto
ma non entro
nella vecchia casa
aperta dal terremoto
solo piccioni
che vanno e vengono
dal tetto sfondato
come tanti ricordi
che libero adesso
d'un cuore malandato
lunedì 16 febbraio 2026
nella terra d'Abruzzo l'ultima mia lettera
vorrei
portarvi con me
indietro
nel tempo
in quel cortile
a giocare
stagioni
più belle
un invito
di brughiera
al mattino
o sulle spiagge
del mare d’inverno
adesso vorrei
solo con te
amore
nascondere il nostro segreto
nello scrigno di muschio
e di felci ornando
il tuo viso
come attraversando
quel bosco
alle pendici
del gran sasso
nella terra d’Abruzzo
piange
il mio cuore spaccato
dove riposa
zio Giggi
zì Vapore
Ughetto
e Mimmo Angela
la nonna
sor Checco
la mia gente
lì posare per sempre
dolore e affanno
quando anche tu Anna
nel mistero
sul mio libro aperto
sarai storia
e questo sacro racconto
affidare alle mani giuste
di chi ha patito
solitudine
miseria
fino a giacere
senza giustizia
al piccolo e sacro
cimitero
di Villa Romana
sul mare del tempo
poi la sera torna dai campi
su per le scalette
d’un vicolo oscuro
scivolando in silenzio
con quella sciarpa di nebbia
addosso
pastrano grigio
faccia triste
e mi sussurra
lingua di freddo
alla porta
come al rintocco di vespro
pecore sparse
sulla piazza
il pastore chiama
allora zinale in
cucina
mettevi le pentole
a borbottare
la stufa e la gatta
abbracciate
nonno alla pipa
c’era nel silenzio
un paese intero
alla deriva
sul mare del tempo
oggi
d’ignoranza ai moli
ancora fermo
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invece no
egoista e prepotente ripete la canzone che preferivi tu maledetto quel tempo che fu perché ti sento ancora viva mentre ascolto quelle...
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vorrei portarvi con me indietro nel tempo in quel cortile a giocare stagioni più belle un invito di brughiera al mattino o sulle spiagg...
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magari una passeggiata sul lungotevere tu elegante io vestito come sempre e dall’isola controcorrente sotto i ponti fino a castel sant...
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e mentre ti bacio alla foto sotto la neve improvviso un turbine di coriandoli ad avvolgere immagini di ieri trema un fiore al gelo comp...