Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
domenica 7 giugno 2026
sabato 6 giugno 2026
il rampicante
aiutami
grida
quel rampicante affacciato
dall’ultimo piano
mentre qui ho tanti giorni
d’ammazzare in ufficio
alle 17 si scatena un temporale
e come funghi nel bosco
sgusciano mille tute blu
larve d’uomini pronte
sui cancelli a volar via
ma dove
se la città ruba le nostre ali
aiutami
a riprendere quei voli
eri la mia farfalla
di colori delicata
un profumo la tua pelle
con te posso allungare
le gambe
d’un
vaso
fino
al cielo
venerdì 5 giugno 2026
non sai quanto
a ricordare
tutto ciò
che è stato
esco la sera
a respirare
sui giardini di maggio
al ripasso di storia
come in osteria dopo
annego memoria
poi mi perdo
di più
al giro delle mura
barcollando
se la luna ai monti
in penombra
ammicca
e
la voglia
mi scappa
di poggiare
la testa
sulle tue spalle
per trovare un poco di pace
quando la notte intorno
è nero asfalto
ad invecchiare
è dura
non sai quanto
giovedì 4 giugno 2026
rimani
ostinate malinconie
stasera che al balcone
s’affaccia estate
e manca in fondo
il mare
riprova
canta l’artista
e nei vicoli
è concerto
da zero
ma questa volta
dovrò riuscirci
non negarmi due ali
e sui muri scrostati
chiamo le ombre
che prego una ad una
rimani
solo non ci sto
e con te
mia bella
canterò
sui terrazzi
bruciati dal sole
tra parabole
e antenne
dove batte
dietro lenzuola
tovaglie
il nostro amore
già ascolto le donne
al tramonto
ripetere voci
canti dalle stanze
a metri quadri
ascolto pure i silenzi
dei vecchi in cortile
quando sulle panchine
hanno fatto tardi
già passato il domani
ma prima o poi salta fuori
il mare nei cassetti dimenticato
ecco le lucciole o lampare in lontananza
tanto basta a remare tra le coltri
e adesso prendimi
sussurravi l’ultima volta
che al soffitto toccavo
le stelle naufragando
al concerto di onde spasimi
tremiti nell’universo di stanza
folli noi acrobati
lanciati nel firmamento
mercoledì 3 giugno 2026
lancette
saltano
al quarzo
di
notte sul comodino
ma
quanto amo
rimettere
il tempo
a
corda
anche
se poi mi scappa
il
gioco alla clessidra
capovolgendo
il senso
di
noi vecchi a tornare bambini
e
il pendolo in cucina
al
suono del cuculo
pure
sulla torre campanaria
il
colpo a martello
hanno
voce in capitolo
se
al polso pesa l’oro di papà
come
l’orologio del defunto
è
fermo a quell’ora
intanto
devi ubbidire
al
bastone preciso
che
mena silenzioso
alla
meridiana
adesso
m’addormento
fissando
le lancette
martedì 2 giugno 2026
festa della patria
in quel lungo treno diretto al confine
avevi lasciato il tuo amor per reticolati bombe e mine
mio vecchio artigliere ora seduto
a fumar ricordi d’un
compagno perduto
sei lontano in divisa a quella stazione
dove scaricarono fucili e una illusione
di tornare come una volta finita la guerra
dalla tua bella a casa e nella tua terra
ma la patria ci ha chiamato alla difesa
di monti lontani dove la neve è scesa
assieme all’odio e allo straniero
e devi combatterlo mio vecchio fiero
mi racconti di assalti e baionette
scoppi morti disperazione
la fame e il gelo dentro le gavette
notti intere in trincea o in azione
sempre nella mira d’un ritorno
ancora pregando nel petto
come fai ora d’una medaglia adorno
di stender le membra su quel diretto
che porti via anche il tuo ricordo amaro
in un giorno di festa per la gente
non per te che nel
silenzio pagato caro
spari più profondi hai nella mente
solchi di solitudine abbandono pensione
per un obolo soltanto da compassione
stella di sangue
la
mente vacilla
a
picco sulle rocce
dove
odio allo zenit
hanno
sputato
le
nostre canne
ed
imbracciavi pure tu
la
rabbia
la
paura
la
morte
sui
reticolati
abbiamo
lasciato questa vita
gli
stenti la fame
scarponi
di fango
e
l’anima in fuga
sui
monti di confine
la
patria ha chiamato
greggi
a macello
ora
restano i segni
di
trincea
di
assalto
di
cannone
quella
notte lassù
verso
la vetta
una
croce
in attesa della sorte
tra
una sigaretta
e
una lacrima
abbiamo
fatto l’alba
per
l’ultima rincorsa
una pallottola
sulla
tua fronte ho visto
una
stella di sangue
gli
occhi fermi
le
mani sul petto
poi
il buio
ora
la pace per altre generazioni
ora
un grido è sceso di silenzio
per
i caduti al fronte invano
perché
oggi abbiamo eretto
altro
odio
altre
divisioni
altri
steccati
e
gli stessi interessi di sempre
voglio credere
che
quei morti riposino
laggiù
in pace sotto le croci
ma
io che vivo
con
questa croce addosso
sono
di loro più morto
lunedì 1 giugno 2026
a lezione
un graffio
dai rovi
la carezza
di gemme nuove
all'alba scopro
sul cammino
con quel fiotto di luce
che inonda
dubbi sospesi
in penombra
allora torno sereno
sui banchi della vita
che ai versi insegna
con le ali già in fila
a battere il tempo
sulla riga
e le note a salire
d'una polla in vena
come ai solchi in metrica
e al dettato di semina
è maestra
ma più di quel
pupazzo
che allarga
in mezzo ai campi
le braccia
oggi spaventa l'ignoranza
sottotraccia
domenica 31 maggio 2026
piccola poesia
è la poesia
d’una piccola scuola
demolita in periferia
no
non è la ruspa
ma il tempo
con le pietre a portar via
un cuore malato
è la poesia
dei bambini curvi
nella neve
con le cartelle
il cestino delle merende
quaderni e penne
sfondato per via
piccola quanto
inutile poesia
che lascio tra le mura
d’un paese lontano
ma di casa mia
questa è la letterina
che imbucavo alla befana
e tu padre aspettavi
come sorpresa la vigilia
e mamma
quanto hai pianto
affiggendo
alla bacheca di famiglia
quelle parole
d’amore
oggi siamo grandi
vecchi pure
e sulla spianata del sisma
riconosciamo i segni
della antica giovinezza
quando la maestra
ordinava in cattedra
e la classe dei reduci
si china alla storia
il compito in classe
è portare la mano sul cuore
adesso che scende una lacrima
e riconosci un brivido nel tremore
è partita la salva d’applausi
in fila uniformi di rigore
e così accompagniamo
la nostra maestra
al piccolo cimitero
in pace conserviamo le foto
e tu eri così bella al primo banco
il nostro fiore
addio amata stella
un pezzo di firmamento
che più non brilla
sabato 30 maggio 2026
nessuno
fuggono
mentre scappa
ultima lacrima
le speranze
tutto per noi
è pronto
valigie
ben fatte
carrozza lucida
di sotto
neri i tuoi cavalli
come volevi
sentono
il viaggio
ai ferri
sul selciato
alle nari
fumando
si fa tardi
ancora un momento
allo specchio
che pende opaco
fa niente
il pallore
oggi mette brutto tempo
e le nuvole stanno bene
nel tuo sguardo
madame
siamo in ritardo
t’accompagna
il prete sulle scale
al corrimano
di santa ragione
da ultimo in braccio
il nocchiere
un infermiere
al salto sul portone
più il cuscino
e la coperta
da piedi
pronunci andiamo
con l’ultimo fiato
sei distesa
come la campagna
a perle di rugiada
e in quell’addio
un’allodola
al primo canto
sul ciglio della strada
nulla poteva al verso
del nostro pianto
nascosto
tacito
remoto
d’un palazzo
dove alberga il vuoto
oggi
che manca la padrona
e in assenza governa
nessuno
che stride al cancello
per quanto non ha titolo
sul cardine
e fa male solo a nominarlo
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