Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
venerdì 23 ottobre 2026
giovedì 22 ottobre 2026
altre stelle
suona a martello
la campana dalla torre
mentre torna in cassetta
un fardello d'ossa
e un'altra storia da ricomporre
un soldato caduto lontano al fronte
picchetto d’onore
bandiere e lacrime in piazza
lucida la stele per l’occasione
i nomi dei martiri sulla bocca
di ruggine il cannone
innalza incenso il prete
all’altare della patria
più in alto il signore
con la fascia tricolore
petto in fuori per la cerimonia
in volo piccioni di guano
senza gloria
mentre piange il bambino
ordina in riga l’ufficiale
accompagnando il sacrestano
alle note d’organo
la marcia militare
tuona lassù il campanone
vibra sulla valle
e chiama
ma quante greggi scannate dalla guerra
non tornano stasera all’ovile
son rimaste su filo spinato
le braccia spezzate
le carni divise
a quel dio che scappa sulle fosse
al fumo di nebbia qui a novembre
a mia nonna eroica donna
io chino la testa
mai abbassando lo sguardo
perché porto il sangue
sacro
se nessuna terra
nessun marmo
potranno mai contenere
il sacrificio dei caduti
invano
continua l’odio
continuano a sparare
questo è un mondo
degno dell’uomo animale
stragi genocidi guerre
in nome della ragione di stato
finita la cerimonia del soldato
riportato a casa
con tutti gli onori dal sindaco
vescovo prefetto e questore
militari e truppa e compagnia bella
poi tana libera tutti
al ben noto ristorante
dove contano altre stelle
mercoledì 21 ottobre 2026
ballando stanotte coi lupi
ballando stanotte coi lupi
lassù nei boschi d’infanzia
ho sentito lacerare le carni
partendo dal fontanile sulla piana
dietro le orme in fila
di mandrie che non ci sono più
andavo alla ricerca degli anni
più belli nel tempo che fu
lungo il sentiero che sale
tra i sassi duri a far male
erano ben altre ferite
a bruciare dentro
così al buio calato dalle cime
avevo bisogno di urlare anch’io
quando i lupi
e compagni di strada
andati avanti
hanno elevato un coro
infine
svegliandomi
con i rumori
che salgono
stamane
d’altri lupi in campo
martedì 20 ottobre 2026
fino al cielo
piano piano
vorrei sparire
giorno dopo giorno
come solo il mare
sa fare
quando si ritira
ai tuoi piedi
lasciando schiuma
poi se è rabbia
torna
tra i forri a saltare
ma sempre
delicata l’onda
serve
al brivido
da scatenare
vorrei così questa penna
lasciare
tra le tue mani
cioè nel calamaio
dove ho intinto
la ragione di vivere
che non c’è
per amanti
alcuna
vorrei gridare
in silenzio
rotta la voce
un addio
no
non posso
strapperei
quella mano
ancora al finestrino
e via
quando scappavo di corsa
tu lì
a salutare
per sempre
anima mia
lo dico senza credere
ma tu davvero
la possedevi
grande
possente
fino al cielo
lunedì 19 ottobre 2026
non ero uomo
oggi che scopro le orme
sulla bianca distesa
in fila e nel gruppo
mi ritrovo fuggiasco
come racconta la storia
d’un lupo sui monti
il pastore sentinella
affonda il canino sulla carne tenera
questo tormento famelico
e come aguzza i denti
il ricordo
e cado alla fine del sentiero
inseguendo
chi è vittima
chi ha torto
se alle anime per l’inferno
rimane una pozza di sangue
sono orme che proseguono
di far male sul manto
e mentre cadono copiose lacrime
di rubino sui cristalli di neve
sento precisa
alle spalle
quella voce che chiama
e la tua treccia
madre recisa
sulla tovaglia
quando la sera aspettavo
a lume di ragione
la vita
qui a casa
senza nostro padre
e non ero ancora uomo
la stagione del cuore
la
secchia dell’acqua piovana
è
colma in giardino
girando
più forte il gallo sul tetto
come
l’edera di cinta al muretto
non
volare più via
stagione
del cuore
sei
la pagina d'un volume
che
rileggo volentieri
quando
sento il vento
cambiare
di stagione
sono
qui nel tempo
con
le cure adesso d'un uomo
curvo
all’ultima pesca
ritagliando
la siepe
scopro
nella rete soltanto attese
per
questa sera antica
che
attracca lenta in veranda
mentre
svolgi corde alla schiena
lasci
lo scafo alla fonda
piegate
le vele in poltrona
come
nell'orto
decisa
la mano
a
tagliare nodi
il
tronco resta nudo
così
t'affanni a rimettere
fiori
nel vaso
curando
le aiole
spargendo
il seme
ma
senti di rivoltare il passato
ora
posa una soffice coltre
la
notte sulle membra
già
suonato il vespro
sulla
campagna a chiamare
cani
e campane
ancora
un padrone
ecco
puntuale il silenzio in piazza
quando
eravamo a guardare le stelle
gelato in mano
e
bastava poco davvero
fissare
negli occhi
come
eri bella
domenica 18 ottobre 2026
l'isola da sogno
di tempeste
assalti ai forri
fischi e urla
contro scogli
finisce la rabbia
sui moli
di rena asciugo
sale in risacca
sei la mia terra
come isola vorrei
tra le tue braccia
cullata di gabbiani
a danzare
nei seni
il nido a cercare
così la sera
una carezza
in veranda
l’infuso da degustare
al tramonto
il nostro sogno
emerso dalle acque
circondato dal mare
sabato 17 ottobre 2026
dimmelo tu
questa sera
non vanno in piazza
i miracoli
allora
cercherò
in mezzo a questo mare
di scoprire
quale stella sei
caro Lucio
magari indovinando
nei vicoli
quella canzone
che tutti noi ripetiamo
a memoria
solo che il testo
avrai imbucato
nella posta dei giorni
come un marinaio
venuto dalle onde
e che poi in taverna
ha lasciato su carta oleata
la cantiamo lo stesso
perché è dentro
come va sul palco
o all’angolo
dove i gatti
non hanno
padrone
coloriamo tutti i muri
parliamo le lingue
di tutti i bambini
e a Gaza raccogliamo
l’eco che insegna
ed è lei la mia canzone
la donnaluna
che all’altra faccia della terra
porta i sogni
i segreti
i suoi amori
così il gabbiano
rialza la testa
il becco tra le piume
non ha più
adesso pronto a volare
se lo è
dimmelo tu
dolce sera
rimani con me
un poco
ancora al balcone
dolce sera
che ammatassi
nebbia
giù per i campi
e
le distese miro
di colori
bellezze in posa
d’autunno
raccontano
i solchi
le mie cicatrici
riportano
i segni
di battaglie
antiche
approfondano adesso
una tristezza
di sguardi in fuga
come stormi
pronti
e allora tutti noi
partiremo
remando le ali
all’addio
meno virgilio
che s’è addormentato
al camino
nel tepore
d’una storia
persa tra vapori e fumo
se incerta la memoria
venerdì 16 ottobre 2026
lo sanno pure i gabbiani
e quando la sera
accende l’immagine
tua alle vetrine
chiudendo nella stanza
un tormento grigio
batto la città a rubare colori
ripasso tutti i caffè
se all’angolo
tu da gitana scalza
mi facevi
impazzire
alla chitarra
poi sul lungotevere
se mai per caso
riflessa di luna
la tua faccia
da matta
sarebbe come scalare
ai fianchi ma quanti
argini per te
se lo sanno pure
i gabbiani
che l’isola c’è
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