sabato 21 febbraio 2026

su un altro golgota

 

tolte le macerie adesso
non c'è deserto
più vuoto intorno
 
e mirare questo paese
sulla spianata bianca
è come spogliare
un povero cristo in croce
 
lancia nel costato
oggi la solitudine
su un altro golgota
di povera gente
s'è consumata
 
nei volti senza pace
nelle mani che non scavano più
nel silenzio della rovina
quando dalle urla
strozzate alle parole
inutili
puoi solo nascondere ancora lacrime
 
e stasera quel cane al fontanile
era uno di noi
anche se perduto
 
prima di bere
chiedeva una carezza
 
del nostro dolore
muto
 
 

venerdì 20 febbraio 2026

altro che pozzanghere

 

la notte di marciapiedi allagati
all’eco dei nostri baci
 
abbracciati sotto l’ombrello
da innamorati
 
poi all’angolo di viaggi rimandati
nemmeno un sogno
sui binari
 
non passa più niente
sulle mie gambe
 
come sul selciato
d’una vita dura 

altro che pozzanghere
da saltare


giovedì 19 febbraio 2026

aria di neve

 

la sera chiudendo la finestra
accosti la sedia
al camino
vuoto il desco
manco un piatto caldo
di minestra
 
intanto allo schermo
rimandano notizie
non certo di festa
solito bollettino di guerra
 
e ravvivi la fiamma
allora per scaldarti
quando non verrà nessuno
e la gatta sta sul divano
a ronfare quatta quatta
 
fuori c'è aria di neve
tirando poco la cappa
a far fumo
anche in cucina
dove ripassi un'altra scatoletta
 
piatto freddo
una goccia di vino
altri verranno
di bicchieri la notte
che non c'è sonno
e il vento fa certi rumori
sotto la porta
 
aspetto naso in su
i primi fiocchi
ma gelo ai vetri
lascio sogni rappresi
il tuo ormai stecchito
 
come il vaso che ho ritirato
non sopravvivrà
all'inverno
curvando lo stelo
 
se anche il vecchio
pipa accesa
assume in controluce
la postura da virgola
 
mai un punto fermo
alle chiacchiere
di questa bassa gente
ancor più ridicola
 
che chiamava il grande
Giacomo
gobbo
ma oggi quanti marmi
targhe dediche
innalza
all'immenso Vate
l’antico borgo



amaro in bocca

 

luci in ogni stanza
d'un freddo inverno
 
la notte dei discorsi
poi muti verso l'alba
tutto spento
 
più nebbia
dentro
che in veranda
 
ci ha convinto
il silenzio
sul mattino d'amaro
in bocca
 
mai fatto bene
quel caffè
sempre di corsa
 
uscendo
in cronaca
già divisi
 
un'aria trasognata
io
alla fermata d'angolo
 
tu in mini
tacchi a spillo
sgommando

 
 

mercoledì 18 febbraio 2026

solo un gioco

 
tutto questo tempo
che non ho più niente
da fare
 
un altro giorno inutile
sulle panchine al parco
noia mortale
 
questa vita
da ammazzare
con ricordi
rimorsi
tormenti
 
rottami
sull’orlo fissi
senza parlare
noi vecchi
 
e poi cosa c’è sul dirupo
ancora da raccontare
 
nel silenzio al bastone
oggi l’inverno veste
un grigio pastrano
 
unico sussulto
un bimbo alla fontanella
con il sorriso
d’anni più belli
cosa vuoi
se scende una lacrima
 
se ho tanta sete
ma è diabete
mentre al cancello
affronto sul marciapiede
coriandoli e maschere
 
metti una sera
a carnevale
il costume sempre quello
della più bella principessa
del reame
dai
cercami
alla sfilata dei carri
sono già salito
 
cosa vuoi
a nasconderci
solo un gioco



martedì 17 febbraio 2026

al passato remoto

 

quando vuoi
ripete l'ombra
al portone

ma polvere
calcinacci
e ragnatele
rimandano
l'occasione
come ruggine sui ferri
opaco al corrimano
l'ottone

d'un balzo all'atrio
solo un gatto

lo stesso tuffo
tornando così
al passato remoto

ma non entro
nella vecchia casa
aperta dal terremoto

solo piccioni
che vanno e vengono
dal tetto sfondato

come tanti ricordi
che libero adesso
d'un cuore malandato


lunedì 16 febbraio 2026

nella terra d'Abruzzo l'ultima mia lettera

 

vorrei
portarvi con me
indietro
nel tempo
in quel cortile
a giocare
stagioni
più belle
 
un invito
di brughiera
al mattino
o sulle spiagge
del mare d’inverno
 
adesso vorrei
solo con te
amore
nascondere il nostro segreto
nello scrigno di muschio
e di felci ornando
il tuo viso
 
come attraversando
quel bosco
alle pendici
del gran sasso
 
nella terra d’Abruzzo
piange
il mio cuore spaccato
dove riposa
zio Giggi
zì Vapore
Ughetto
e Mimmo Angela
la nonna
sor Checco
la mia gente
 
lì posare per sempre
dolore e affanno
quando anche tu Anna
nel mistero
sul mio libro aperto
sarai storia
 
e questo sacro racconto
affidare alle mani giuste
di chi ha patito
solitudine
miseria
fino a giacere
senza giustizia
al piccolo e sacro
cimitero
di Villa Romana
 

sul mare del tempo

 

poi la sera torna dai campi
su per le scalette
d’un vicolo oscuro
 
scivolando in silenzio
con quella sciarpa di nebbia
addosso
pastrano grigio
faccia triste
 
e mi sussurra
lingua di freddo
alla porta
come al rintocco di vespro
pecore sparse
sulla piazza
il pastore chiama
 
allora zinale in cucina
mettevi le pentole
a borbottare
la stufa e la gatta
abbracciate
nonno alla pipa
 
c’era nel silenzio
un paese intero
alla deriva
sul mare del tempo
 
oggi
d’ignoranza ai moli
ancora fermo



domenica 15 febbraio 2026

c'incontreremo ancora

 

c’incontreremo ancora
assale il dubbio però
e non so pregare
tornando le tue ceneri
 
un giorno cupo sul grigio
mette gocce di lacrime
per un cielo avaro
che dentro non lava 
 
sento addosso rimorsi
un peso
perché ti ho lasciato solo
e non posso più chiederti perdono
 
c’incontreremo ancora
è la domanda nella nebbia
dei ricordi

quando scivola nei vicoli
e tira tra i baveri un’aria fredda

quando la sera d’una vita
mi stringo a tavola
lasciando posto alle ombre

e quando urla muto
un dolore nei visceri 

è voglia di compagnia
che non merito
e scodinzolo ai portoni chiusi
abbaiando sul vespro ai padroni
che alle campane chiamano 

altri cani di rimando alla catena
ho pena in coda
Paolo
vieni con me adesso
a fare due passi insieme

le chiacchiere stanno a zero
il silenzio ci accompagna
e sulla piazza del paese
dove ti cercavo
rimane un monumento
di solitudine



quando un paese dorme

 

quando un paese dorme
sulla collina
coricato nel gelo
 
rivedo allo schermo
di campi bianchi sotto la luna
bambini giocare
di neve
e crescere pupazzi
in mano al destino
 
 quando un paese dorme
sotto coltri d’oblio
ho perduto le tue preghiere
e non ricordo più
una nenia di natale
 
quella che mettevi sulle labbra
sommessa a filare dai vetri
una bianca matassa
 
 rimboccando alle sponde di notte
 favole antiche
 
 le più belle
 
e quando un paese dorme
restano alzate
certe ombre
tanti ricordi alle pareti
 
sai
ti vedo
ancora ai fornelli
fino a tardi sbuffando
più della cuccuma
a preparare
dolci di festa
 
 quante volte
mi sono addormentato
 a lume di candela
 
adesso guardo laggiù
nelle sue collane di luci
questa città distesa
 
che non dorme
e mai trova pace



su un altro golgota

  tolte le macerie adesso non c'è deserto più vuoto intorno   e mirare questo paese sulla spianata bianca è come spogliare un povero ...