Puer Longaevus
Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante (Friedrich Nietzsche)
sabato 21 febbraio 2026
venerdì 20 febbraio 2026
altro che pozzanghere
la notte di marciapiedi allagati
all’eco dei nostri baci
abbracciati sotto l’ombrello
da innamorati
poi all’angolo di viaggi rimandati
nemmeno un sogno
sui binari
non passa più niente
sulle mie gambe
come sul selciato
d’una vita dura
altro che pozzanghere
da saltare
giovedì 19 febbraio 2026
aria di neve
la sera chiudendo la finestra
accosti la sedia
al camino
vuoto il desco
manco un piatto caldo
di minestra
intanto allo schermo
rimandano notizie
non certo di festa
solito bollettino di guerra
e ravvivi la fiamma
allora per scaldarti
quando non verrà nessuno
e la gatta sta sul divano
a ronfare quatta quatta
fuori c'è aria di neve
tirando poco la cappa
a far fumo
anche in cucina
dove ripassi un'altra scatoletta
piatto freddo
una goccia di vino
altri verranno
di bicchieri la notte
che non c'è sonno
e il vento fa certi rumori
sotto la porta
aspetto naso in su
i primi fiocchi
ma gelo ai vetri
lascio sogni rappresi
il tuo ormai stecchito
come il vaso che ho ritirato
non sopravvivrà
all'inverno
curvando lo stelo
se anche il vecchio
pipa accesa
assume in controluce
la postura da virgola
mai un punto fermo
alle chiacchiere
di questa bassa gente
ancor più ridicola
che chiamava il grande
Giacomo
gobbo
ma oggi quanti marmi
targhe dediche
innalza
all'immenso Vate
l’antico borgo
amaro in bocca
luci in ogni stanza
d'un freddo inverno
la notte dei discorsi
poi muti verso l'alba
tutto spento
più nebbia
dentro
che in veranda
ci ha convinto
il silenzio
sul mattino d'amaro
in bocca
mai fatto bene
quel caffè
sempre di corsa
uscendo
in cronaca
già divisi
un'aria trasognata
io
alla fermata d'angolo
tu in mini
tacchi a spillo
sgommando
mercoledì 18 febbraio 2026
solo un gioco
tutto questo tempo
che non ho più niente
da fare
un altro giorno inutile
sulle panchine al parco
noia mortale
questa vita
da ammazzare
con ricordi
rimorsi
tormenti
rottami
sull’orlo fissi
senza parlare
noi vecchi
e poi cosa c’è sul dirupo
ancora da raccontare
nel silenzio al bastone
oggi l’inverno veste
un grigio pastrano
unico sussulto
un bimbo alla fontanella
con il sorriso
d’anni più belli
cosa vuoi
se scende una lacrima
se ho tanta sete
ma è diabete
mentre al cancello
affronto sul marciapiede
coriandoli e maschere
metti una sera
a carnevale
il costume sempre quello
della più bella principessa
del reame
dai
cercami
alla sfilata dei carri
sono già salito
cosa vuoi
a nasconderci
solo un gioco
martedì 17 febbraio 2026
al passato remoto
quando vuoi
ripete l'ombra
al portone
ma polvere
calcinacci
e ragnatele
rimandano
l'occasione
come ruggine sui ferri
opaco al corrimano
l'ottone
d'un balzo all'atrio
solo un gatto
lo stesso tuffo
tornando così
al passato remoto
ma non entro
nella vecchia casa
aperta dal terremoto
solo piccioni
che vanno e vengono
dal tetto sfondato
come tanti ricordi
che libero adesso
d'un cuore malandato
lunedì 16 febbraio 2026
nella terra d'Abruzzo l'ultima mia lettera
vorrei
portarvi con me
indietro
nel tempo
in quel cortile
a giocare
stagioni
più belle
un invito
di brughiera
al mattino
o sulle spiagge
del mare d’inverno
adesso vorrei
solo con te
amore
nascondere il nostro segreto
nello scrigno di muschio
e di felci ornando
il tuo viso
come attraversando
quel bosco
alle pendici
del gran sasso
nella terra d’Abruzzo
piange
il mio cuore spaccato
dove riposa
zio Giggi
zì Vapore
Ughetto
e Mimmo Angela
la nonna
sor Checco
la mia gente
lì posare per sempre
dolore e affanno
quando anche tu Anna
nel mistero
sul mio libro aperto
sarai storia
e questo sacro racconto
affidare alle mani giuste
di chi ha patito
solitudine
miseria
fino a giacere
senza giustizia
al piccolo e sacro
cimitero
di Villa Romana
sul mare del tempo
poi la sera torna dai campi
su per le scalette
d’un vicolo oscuro
scivolando in silenzio
con quella sciarpa di nebbia
addosso
pastrano grigio
faccia triste
e mi sussurra
lingua di freddo
alla porta
come al rintocco di vespro
pecore sparse
sulla piazza
il pastore chiama
allora zinale in
cucina
mettevi le pentole
a borbottare
la stufa e la gatta
abbracciate
nonno alla pipa
c’era nel silenzio
un paese intero
alla deriva
sul mare del tempo
oggi
d’ignoranza ai moli
ancora fermo
domenica 15 febbraio 2026
c'incontreremo ancora
c’incontreremo ancora
assale il dubbio però
e non so pregare
tornando le tue ceneri
un giorno cupo sul grigio
mette gocce di lacrime
per un cielo avaro
che dentro non lava
sento addosso rimorsi
un peso
perché ti ho lasciato solo
e non posso più chiederti perdono
c’incontreremo ancora
è la domanda nella nebbia
dei ricordi
quando scivola nei vicoli
e tira tra i baveri un’aria fredda
quando la sera d’una vita
mi stringo a tavola
lasciando posto alle ombre
e quando urla muto
un dolore nei visceri
è voglia di compagnia
che non merito
e scodinzolo ai portoni chiusi
abbaiando sul vespro ai padroni
che alle campane chiamano
altri cani di rimando alla catena
ho pena in coda
Paolo
vieni con me adesso
a fare due passi insieme
le chiacchiere stanno a zero
il silenzio ci accompagna
e sulla piazza del paese
dove ti cercavo
rimane un monumento
di solitudine
quando un paese dorme
quando un paese dorme
sulla collina
coricato nel gelo
rivedo allo schermo
di campi bianchi sotto la luna
bambini giocare
di neve
e crescere pupazzi
in mano al destino
quando un paese dorme
sotto coltri d’oblio
ho perduto le tue preghiere
e non ricordo più
una nenia di natale
quella che mettevi sulle labbra
sommessa a filare dai vetri
una bianca matassa
rimboccando alle sponde di notte
favole antiche
le più belle
e quando un paese dorme
restano alzate
certe ombre
tanti ricordi alle pareti
sai
ti vedo
ancora ai fornelli
fino a tardi sbuffando
più della cuccuma
a preparare
dolci di festa
quante volte
mi sono addormentato
a lume di candela
adesso guardo laggiù
nelle sue collane di luci
questa città distesa
che non dorme
e mai trova pace
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